Cronache di una ragazza terrorizzata da Paranormal Activity

Vorrei cominciare premettendo che, tra tutti i generi cinematografici, l’horror è decisamente il mio preferito.
Infatti, reduce di una formazione ‘culturale’ saltellante tra un racconto di Edgar Allan Poe, un Nosferatu alla Murnau e uno Shining di Stanley Kubrick,  ho sempre prediletto le storie di tensione, dai temi oscuri e misteriosi verso cui la mente ha paura di guardare… e soprattutto con una buona dose di paranoia.

Detto questo, alla notizia di un nuovo film di provenienza hollywoodiana, incentrato su strane attività paranormali, ed interamente realizzato con una semplicissima telecamera semi-amatoriale, il mio solito autolesionismo visivo e percettivo è tornato immediatamente a galla.
Il titolo del film in questione era Paranormal Activity e già dai primi giorni di uscita nelle sale sentivo parlare, più o meno ovunque, di spettatori che abbandonavano la sala, malori durante la visione, ambulanze e chi più ne ha più ne metta.
Ma quel che mi ha convinto, una volta per tutte, a visionare la pellicola è stata l’ultima notizia riguardo Steven Spielberg: com’era possibile che uno come lui, con la fissazione ed il gusto nello scioccare lo sguardo umano, avesse avuto una tale ansia nel vedere il film, da esser costretto ad alzarsi e lasciare la sala?
Insomma alla fine, con tanto di cuscino copri-occhi per le eventuali scene-shock, ho visto Paranormal Activity comodamente dal mio letto, in streaming.
Ebbene, non l’avessi mai fatto! Già perché una delle poche location del film è proprio la camera in cui dormono i due protagonisti. Ovvero, la stanza in cui avvengono le singolari manifestazioni di qualche sconosciuto spirito non troppo cortese.
Per circa il 90% del film, un’unica ripresa fissa inquadra il letto con Kathie e Micha, avvolti nell’oscurità della notte. Silenzio, solo questo nell’immagine. E poi, a destra dello schermo, il timer che segnava l’ora. Così, dopo esser stata con lo sguardo fisso e tramortito a guardare l’orologio della telecamera, con ore e minuti che avanzavano velocemente, iniziavo ad agitarmi proprio quando queste si fermavano.
Quando succedeva sapevo che stava per accadere qualcosa. Ed ecco rumori, urla, gente che viene letteralmente strappata dal letto, occhi rossi che sembrano posseduti. E menomale che la paranoia l’avevo cercata io stessa! Ma la cosa più ‘gradevole’ è stata proprio notare che in tutto il film non c’è nemmeno la traccia di una goccia di sangue (se non nel finale), un accenno minimo a qualche effetto splatter, nulla di tutto ciò.
Il male, in Paranormal Activity, è invisibile agli occhi ma libero di mostrarsi sotto forma di un ricordo, una foto strappata o di terrificanti rumori dall’oscura provenienza. E’ l’ansia a dominare in questo film e, proprio per questo, un meritato applauso va al regista. Oren Peli è riuscito a creare un prodotto che, in realtà, mancava da un po’ di tempo alle sale cinematografiche.
Nonostante il budget bassissimo con cui ha girato il film (15mila dollari),infatti, l’artista israeliano ha portato al cinema una pellicola in cui non è possibile esimersi dallo stato di ansia, tensione e, allo stesso tempo, da un’impaziente curiosità. La stessa curiosità che ha fatto ottenere a Paranormal Activity un incasso di ben 110 milioni di Dollari.
Insomma, spero sarete d’accordo se dico che questo è un film d’autore, sì per l’idea un po’ avanguardista di girare con uno stile da documentario, ma principalmente per il modo in cui dietro il velo di fiction si nasconde una sorta di messaggio dello stesso regista.
E’ come se Oren Peli volesse dirci che il male oramai non si trova più in castelli infestati o covi di vampiri, ma è esposto alla luce del giorno e potrebbe toccarci in qualsiasi momento. Messaggio vicino, tra l’altro, a molta filmografia horror cara a Roman Polanski (Rosemary’s Baby) o William Friedkin (L’Esorcista), a cui si rifa anche la formazione di Peli.
C’è anche da dire, però, che Paranormal Activity non ha ricevuto solo consensi. Anzi, piuttosto sono volate critiche su critiche da parte di genitori scioccati nel vedere i figli terrorizzati, politici di tutte le parti che si sono mossi alla volta della ‘sicurezza infantile’ e, in più, le polemiche riguardo le numerose conseguenza ‘fisiche’ annunciate da diversi spettatori (crisi di panico e così via).
Che dire, conoscendo tante delle strategie hollywoodiane, tendenti a far parlare di un prodotto nel bene nel male, possiamo dire che Produzione e Promozione del film si sono mosse davvero bene. Ma il merito maggiore, torno a dirlo, va a Oren Peli. E pensare che fino a poco tempo fa era ‘solo’ un ingegnere elettronico. Ora invece, con questo film ha sicuramente raggiunto un nuovo e positivo traguardo e, come sempre, ci auguriamo tutti che la carriera da regista  possa durare il più possibile. Lo speriamo per lui, ma soprattutto per noi in quanto golosi del cinema ‘buono’ e ‘fatto bene’. 
 


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