Fahrenheit 9/11: Michael Moore e il documentario drammaturgico

Michael Moore, che in questi giorni a Venezia sta presentando il suo “Capitalism: A Love Story”, vinse la Palma d’Oro a Cannes per il suo documentario “Fahrenheit 9/11”, avente a tema gli attentati alle Torri Gemelle di quel fatidico giorno. In realtà, più che un documentario, “Fahrenheit 9/11” è un tentativo di inchiesta cinegiornalistica che vorrebbe smascherare il presidente Bush per valorizzare la tesi del “fine che giustifica i mezzi”. In realtà, il successo internazionale di “Fahrenheit 9/11 sta nel fatto che il film,

mai banale, solleva ampi discorsi dalle tematiche differenti, accompagnati con un pizzico di sarcasmo e, soprattutto, con una buona dose di accorgimenti presi a prestito dalla televisione e dal cinema di fiction: scene pacifiche di vita quotidiana in Iraq prima dell’invasione americana, madre che piange, nei pressi della Casa Bianca, il figlio morto in guerra, e via dicendo. È dunque l’intelligente miscela di documentazione e finzione che gioca a favore del successo del film di Michael Moore, anche se il film non regge il confronto con veri e propri capolavori del cinema documentaristico a tema 11 settembre: su tutti, “Persona non grata” di Oliver Stone e “Zeitgeist The Movie”, documentari “offshore” che non peccano del solito, perenne difetto del cinema di Michael Moore, quello di costruire punti di vista in base ad una presa di posizione melodrammatica e ridondante.

Fahrenheit 9/11: Michael Moore e il documentario drammaturgico


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