Funny Games di Michael Haneke, 2007

Lo hanno definito un regista contemporaneo questo Michael Haneke, austriaco, classe ’42, molto attento ai linguaggi visivi della società moderna. “Funny Games” è il suo ultimo film uscito in sala, auto-remake dell’omonimo titolo. Due ragazzi di medioalta borghesia si divertono a torturare a morte gli abitanti di ville e borghi di campagna tra yacht, campi da golf e familiari di lusso. Con Naomi Watts, Tim Roth, Michael Pitt e Devon Gearhart nelle parti dei sadici comuni mortali, il film è l’elogio del nonsense, l’esibizione della violenza cinematografica che però non è tanto lontana dalla cronaca di tutti i giorni, dalla letteratura underground, dalla tv spazzatura. Senza pretese alcune, “Funny Games” è di per sé uno spettacolo della violenza. Prende in giro lo spettatore (memorabile la scena del telecomando intra-diegetico che manda indietro una scena del film, perché il torturatore ha giocato male le sue carte). Nel film tutto è ben curato: dalla casa sul lago ai guanti in pelle bianca, dagli ematomi sui volti delle povere vittime alle luccicanti mazze da golf con tanto di sacca da giocatore professionista. “Funny Games” è un horror senza logica, non ha nulla da spartire con “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick (checché ne dicessero quelli del lancio promozionale in Italia), è pura visione fine a sé stessa la quale, di tanto in tanto, forse ci vuole, per decelerare lo stress visivo nell’era di Internet. La critica alla società che Haneke vorrebbe fare ha più livelli di lettura: uno di questi è, senza dubbio, l’apatia dello sguardo, l’appiattimento dei gusti di spettatori che non hanno né capo, né coda. Gli altri livelli, se vi va, sono a vostra discrezione per un’eventuale visione del film (consigliata solo ai cinefili).

 

Funny Games di Michael Haneke, 2007


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