Dire che non se li sia meritati tutti quegli Oscar potrebbe sembrare eccessivo al di là dei personalismi e delle preferenze in ambito di gusti cinematografici.
Kathryn Bigelow e il suo The Hurt Locker hanno polverizzato il tappeto rosso di Hollywood e hanno dominato la notte brava del cinema internazionale, portando a casa ben sei statuette.
Evidentemente il botteghino non sempre fornisce con esattezza le direttive su cui fare riferimento per individuare le pellicole realmente degne di essere impreziosite con un Oscar.
Forse computer ed effetti speciali milionari non bastano alla giuria se dietro non c’è qualcosa di più. The Hurt Locker, molto probabilmente, questo ‘qualcosa’ lo aveva, ma forse anche più di uno.
Primo fra tutti il tema trattato, molto a cuore all’opinione pubblica americana, della guerra in Iraq e del quotidiano vivere eroico dei soldati statunitensi impegnati sul fronte.
Un infinito e lentissimo conto alla rovescia fino al momento della rotazione delle compagnie, la paura di morire che pervade ogni missione e tutte le situazioni o circostanze.
Non solo un film d’azione fatto di combattimenti, esplosioni e morti. Piuttosto uno squarcio di realtà portato sui grandi schermi, un occhio veritiero su una realtà lontana dal punto di vista geografico ma, forse, vicina da quello sensibile.
Una figura, quella del sergente artificiere William James (interpretato da un grandissimo Jeremy Renner), che non ha indosso solamente la tuta mimetica e le armi, ma che ci presenta un soldato dal volto umano, poco cinematografico se ci riferiamo alla tradizione dei film di guerra.
Tutto nasce da un reportage di Mark Boal, attuale compagno della Bigelow, che ha raccontato le imprese di un gruppo di artificieri impegnati in Iraq nel 2004, ponendo doverosamente l’accento su quella che si può definire ‘dipendenza dal rischio’. Lo stesso rischio che fa piangere per la paura di morire, ma la stessa dipendenza che fa tornare il protagonista al fronte subito dopo aver assaggiato la monotonia della vita quotidiana priva di adrenalina.
Insomma, dopo i successi di Point Break e Strange Days, Kathryn Bigelow indovina un’altra mossa con questo film low cost che ha tolto ai produttori ‘solo’ 15 milioni di dollari.
Noccioline in confronto alla produzione milionaria di Avatar che purtroppo, oltre ai premi annunciati, porta con sé un pugno di sabbia tra le varie banconote.


































