Il Concerto: recensione

Mosca, teatro Bolshoi. Andreï Filipov è un direttore d’orchestra finito a fare il guardiano del teatro per la sua opposizione alla politica di  Brežnev.
Filipov si era anche rifiutato di licenziare la sua orchestra composta da musicisti ebrei.
Ora, armato di scopa e paletta, gira per il grande teatro moscovita  cercando angoli polverosi da pulire.

Un giorno, mentre sta pulendo la stanza  della direzione, vede l’arrivo di un fax dove l’orchestra del Bolshoi è invitata a suonare al  Théâtre du Châtelet di Parigi.
Filipov ha l’illuminazione: ruba il fax, non dice niente a nessuno e corre a rintracciare i suoi musicisti, con l’intenzione di presentarsi a Parigi con i suoi uomini.
Riunita, non senza difficoltà, la sua orchestra si ricreerà quel mondo nostalgico abbandonato tanto, troppo tempo prima, e tutti rivivranno l’emozione e la magia della musica sinfonica.
Il Concerto è il quarto film di Radu Mihaileanu, che arriva cinque anni dopo lo splendido Vai e Vivrai. Questa volta il regista e sceneggiatore va in Russia ad inscenare una commedia dolce, paradossale, con alcune scene davvero eccezionali.
Colpisce la sua umanità, la caratterizzazione dei personaggi, i dialoghi a metà tra la commedia ed il drammatico. Il Concerto è un film da vedere, capire ed apprezzare.
Si affronta la storia degli ebrei durante il regime sovietico, costretti a rinunciare a tutto svolgendo lavori umili e rinchiusi nei gulag. La loro rinascita avverrà con la musica, rieducandosi pian piano ai loro strumenti lasciati tempo prima. Un film coraggioso, commuovente e didattico. Da non perdere. 
 
 
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