J. Edgar, il film: dal cinema del passato a Leonardo Di Caprio



J. Edgar Hoover è stato a capo dell’FBI per quasi mezzo secolo. Abbastanza per vedere il suo nome comparire su quasi tutti i libri e romanzi ambientati nel ’900 americano. Una figura spesso citata ma che rimane avvolta da densi contorni di mistero il cui ruolo nella storia americana e mondiale è ancora tutto da definire.
E ciò nonostante sono stati davvero pochi gli scrittori che hanno tentato di farne il protagonista di un loro racconto, tralasciando ovviamente le biografie non ufficiali. Pochi coloro che hanno tentato di scavare lì dove ad uno storico rigoroso non sarebbe permesso in nessun caso, non disponendo di dati e documenti certi.
Il film di Eastwood su questo personaggio sfugge dal fare congetture classiche o magari eccessivamente note (tipo la possibile connivenza, complicità o magari il suo semplice sapere, senza avvisare, degli omicidi di John e Robert Kennedy o di Martin Luther King); ciò che invece emerge dal film del grande cineasta americano è il grande contrasto coltivato e vissuto da Hoover, uomo che realmente voleva essere un monolite del potere ma che non poteva fare a meno di scivolare talvolta.
La sua mai provata ma del tutto possibile omosessualità è un motivo ricorrente nel film e si pone come primario tradimento verso se stesso piuttosto che verso gli altri. E’ più un ritratto personale di Hoover che un tentativo di indagare a fondo il suo ruolo storico. Ritratto che pare perfettamente riuscito, ma che dona inevitabilmente un quadro molto parziale di una figura che però potrebbe essere difficilmente indagata in modo esaustivo all’interno di un singolo film.