Eccezionale noir italiano quello che ha segnato l’esordio alla regia di Matteo Garrone, regista di “Gomorra”. “L’imbalsamatore”, avente protagonisti Valerio Foglia Manzillo ed Ernesto Mahieux (da applausi in questa performance), parla dell’assistente di Peppino Profeta, il nano custode dello zoo ed artigiano imbalsamatore di animali selvatici. L’amicizia tra i due colleghi allude ad andare un pochino oltre (qualche impiccio d’affari, un’omosessualità accennata, il vizio di droghe, donne e buona cucina). Il triangolo è fatto quando in una trasferta di lavoro a Cremona si fa la conoscenza di Debora, giovane ragazza in cerca di alloggio. E’ bastato questo film per accorgersi di un nascituro talento del cinema italiano. Con “L’imbalsamatore”, Garrone gira un cinema d’interni caldi ed esterni bui, nebbiosi, senza indicazioni. Lo stile si avvicina molto al noir americano contemporaneo, i personaggi sono fortunati e dannati e sembrano scolpiti da un’artista. La storia è claustrofobica, le personalità in gioco riescono ad emergere e a scherzare col fuoco, fino a bruciarsene. Film da manuale, i giochi delle ombre non sbagliano una mossa. Non ci sono castagne nel fuoco, ma qualora ce ne fossero basta la bravura di Ernesto Mahieux a toglierle dalla brace. Ispirato da una storia vera.
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