Scorsese abbandona il gangster movie per tornare nel genere thriller. Lo fa portando con sé l’attore feticcio Leonardo Di Caprio, un soggetto del romanziere Dennis Lehan, ed un buono proposito: trovare un nuovo modo di raccontare la violenza, argomento dominante della sua lunga filmografia.
Shutter Island, 1964. Gli agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule giungono in battello dalla costa dell’est per indagare sulla scomparsa di Rachel Solando, pericolosa infanticida dell’istitituto mentale Ashecliffe.
E Shutter Island, a conti fatti, si rileva essere custode di una visionarietà oscura, introspettiva, quasi scollegata dalla realtà. Il personaggio di Di Caprio, che nel film soffre di allucinazioni sul suo passato di guerra, viene catturato da un vortice di violenza che non nasce dalla paura, ma dal brutale legame col mistero.
Il quale, nella storia del film, sembra andare d’accordo con il microcosmo voluto da Scorsese: ideale, inquietante, nervoso. Per essere un thriller di intrigante il film ha ben poco.
Del resto nessuno si aspetterebbe da Scorsese un costrutto narrativo alla Alfred Hitchcock, nonostante la robusta sceneggiatura di The Departed – Il Bene E Il Male. Esercizio di stile.































