Cari lettori di Cinema10, bentornati con il secondo ed ultimo appuntamento del nostro servizio speciale sul cinema di fantascienza americano.
Nella prima parte abbiamo analizzato il “peso specifico” di alcuni film nel genere di fantascienza a tema alieno.
In questa continuazione analizzeremo in che maniera quel determinato cinema si è adattato alle produzioni odierne, con remake, rivisitazioni, nuove produzioni e via dicendo.
è stato ad esempio rivisitato in un remake (Scott Derrickson, 2008) che, anziché attualizzare l’itinerario bellico degli Stati Uniti nei confronti delle nuove minacce di cui sopra,
ha addirittura rabbonito le colpe militari dei terrestri, accusati stavolta di rovinare l’ambiente (e con esso l’equilibrio galattico), e non di scomparire pericolosamente per via delle troppe guerre.
L’Ultimatum alla Terra del 2008 fa riferimento alla questione ambientale come cancro incontrollabile che affligge l’umanità, ma senza dubbio il film non conduce nessun dibattito strategico nei confronti della lotta al terrorismo.

Più efficace, in questi termini, è l’ennesima trasposizione del romanzo La guerra dei mondi di Herbert George Wells, che la Paramount ha commissionato nel 2004 a Steven Spielberg (War of the Worlds).
La guerra dei mondi parla di una aggressione che i terrestri subiscono da parte di una civiltà aliena che viveva nascosta sottoterra nel nostro pianeta da secoli, in attesa di sbucare fuori e dare inizio all’operazione di colonizzazione. Dopo molti giorni di guerra e migliaia di morti, raccontati dal punto di vista di Ray (Tom Cruise), che cerca di raggiungere Boston assieme alla sua bambina dalla sua abitazione nel New Jersey, gli alieni, che si muovono a bordo dei loro tripodi, cominciano a desistere agli agenti atmosferici ai quali invece gli umani si sono adattati, e si battono in ritirata.

Molti sono i contributi che questa storia vecchia un secolo può dare alla narrazione di un blockbuster hollywoodiano oggi. Prima di tutto, lo scontro di civiltà, qui espresso ai massimi livelli grazie alla presenza di un esercito alieno, azzera il modello della minaccia esterna, per raffigurare una minaccia che era già presente tra di noi, una civiltà integrata che a nostra insaputa macchinava di colpirci,
così come spiega al meglio la voce narrante all’inizio del film, trasposta (eccezion fatta per la collocazione temporale) dalle prime righe del romanzo di Wells: “Nei primi anni del ventunesimo secolo, nessuno avrebbe creduto che il nostro mondo fosse osservato da intelligenze più evolute della nostra, che mentre gli uomini erano impegnati nella vita di tutti i giorni, qualcuno li studiasse, li analizzasse – con la stessa precisione con la quale l’uomo scruta al microscopio le creature effimere che brulicano e si moltiplicano in una goccia d’acqua. Con infinito compiacimento, l’uomo percorreva il globo in lungo e in largo, fiducioso del proprio dominio su questo mondo. Eppure, attraverso la volta dello spazio, intelletti vasti e freddi e ostili guardavano al nostro pianeta con occhi invidiosi. E lentamente e indisturbati ordivano i loro piani contro di noi”. In questi termini, la minaccia aliena richiama quella terroristica, che colpisce solo dopo un lungo periodo di pianificazione e studio del nemico, e colpisce agendo “sul territorio”.
Steven Spielberg, inoltre, decide di filmare l’intero conflitto dal punto di vista del nucleo famigliare di Ray (i tripodi sono quasi sempre inquadrati ad altezza uomo), nucleo così rigido e lontano prima dell’attacco, quanto unito e cooperativo nel suo mentre, predicando ancora una volta che l’effetto 11 settembre ha spostato la salvaguardia della sicurezza nei nuclei civili, e non nelle forze armate del Governo.
Distribuito negli anni nei quali la critica hollywoodiana nei confronti della minaccia terroristica era ancora in fase embrionale, La guerra dei mondi dimostra comunque una eccezionale ricettività dei sentimenti pubblici, affidandosi al semplice ma efficace modello del “nemico che vive tra di noi”, modello espressamente denunciato dalla lotta al terrorismo, e consegnando un finale positivo, dello stato delle cose che si riappropria della propria tranquillità, pur avendo attraversato una “parentesi bellica” assai massacrante.

“Mediante il sacrificio di miliardi di vittime, l’uomo ha acquisito la sua immunità, il suo diritto alla sopravvivenza tra le infinite creature di questo pianeta, e quel diritto è suo contro ogni sfida, poiché gli uomini non vivono e non muoiono invano” è la frase con la quale si conclude il film, puntando il dito contro tutto ciò che mira a sovvertire uno “status quo” civile ed istituzionale.
La guerra dei mondi è uno dei pochissimi film di fantascienza di questi anni ad avere a tema la lotta contro un invasore alieno, ed è stato efficacemente prodotto per metaforizzare la minaccia terroristica che confabula tra di noi in vista di un suo attacco. Non si contano molti altri film di questo genere che effettuino un dibattito strategico sulla minaccia terroristica.
Addirittura la Warner Bros., nel 2005, avviò la produzione del remake di L’invasione degli Ultracorpi, produzione bistrattata che si prolungò per circa due anni con ripetuti cambi di sceneggiatori. Nel 2007 esce infine Invasion (The Invasion, Oliver Hirschbiegel), adattamento del film del 1956, e la pellicola diventa il vero e proprio “flop” del 2007, con dissensi del pubblico ad ogni parte del mondo. Questo senza dubbio perché il film ha cercato di utilizzare le minacce dell’America di oggi come se fossero quelle comuniste di un tempo.
Dopo anni di mostruose rappresentazioni, introspezioni, demonizzazioni, guerre di civiltà, raccontati nelle grosse produzioni hollywoodiane, un film come Invasion, dove il nemico colpisce attraverso una forma anonima di interazione con le persone, non può funzionare nel portare avanti un discorso sulla minaccia terroristica o che dir si voglia.
Il Male dell’America di oggi, al massimo, vive tra di noi, ma è un soggetto chiuso, isolato ideologicamente, incapace di influenzare le altre scuole di pensiero, come potrebbe fare il comunismo; ma non vive con noi, come i bacilli telepatici degli ultracorpi.

Il terrorista non è il bacillo telepatico che ci manipola la mente; è, casomai, il tripode violento e devastatore che sbuca dal nulla, pronto ad attaccarci. In questi termini, Invasion ha tutto da imparare da La guerra dei mondi di Spielberg, e la sua scarsa ricettività è l’ennesimo segnale che, nel cinema fantastico, i sentimenti del pubblico di massa riescono a percepire la rispettiva attualità politica e civile.
La minaccia di una civiltà aliena viene dunque abbandonata dalle grosse produzioni della Hollywood di questi anni; l’alieno è, al massimo, la raffigurazione concentrica, mostruosa e senza origine della creatura di Cloverfield, l’unica vera “cosa da un altro mondo”, l’alieno ufficiale simbolo del terzo millennio che quel geniaccio di Jacob Jay Abrams ha realizzato inserendo in esso la metafora degli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre. In attesa di Cloverfield 2, allora, non resta che gustarsi qualche vecchio classico del passato. Alieni, tornate ad invaderci!
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