Su Antonio Vivaldi un film pensato per le masse
marzo 4, 2010 by Redazione
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L’ultimo attore italiano ad aver vestito al cinema i panni di Antonio Vivaldi è stato Stefano Dionisi, romano classe 1966, lo scorso aprile in tv nella miniserie David Copperfield su Raiuno.
Cinque anni fa era di scena a Venezia, nel set del film Antonio Vivaldi – Un prince à Venise, diretto dal regista francese Jean-Louis Guillermou per conto della Vivaldi Productions di Parigi.
Stefano Dionisi indossa un costume con mantello nero per interpretare il “Prete rosso”, come veniva anche chiamato l’indimenticabile genio della musica. Nella Venezia del Settecento viene raccontata la storia di un Vivaldi trentenne, già percorsa la strada del successo con le sue migliori opere.
Per cercare di sistemarsi accetta di lavorare per il Patriarcato di Venezia come insegnante di violino per bambini orfani. Per il compositore è un impiego umiliante: da lì approfondirà i suoi scomodi rapporti con la Chiesa.
Nel cast, al fianco di Dionisi, recitano Michel Serrault, Christian Vadim e Annette Schreider tra i protagonisti. Antonio Vivaldi – un prince à Venis non è soltanto una rilettura storica del grande musicista veneziano.
Guillermou, già regista di Il ètait une fois Jean-Sébastien Bach, ha dichiarato di aver voluto dirigere il film solo per la sua smisurata passione musicale.
Un omaggio alla musica classica che ha tra le righe una lettura interessante. A confermarlo sono le parole che il regista usò in una intervista rilasciata nel maggio 2005 sul set nella Chiesa della Pietà:
“Quello che mi interessa, in questo film come anche nel caso di Bach, è l’aspetto schiettamente propedeutico; cerco insomma, con i mezzi limitati a disposizione, di fare un buon servizio alla musica, invitando il profano all’ascolto di opere immortali, che magari sente per la prima volta, associate alle immagini sullo schermo. Nulla di più“.
”Penso alle masse che oggi vivono senza ascoltare musica classica, perdendo un’occasione formidabile per far sviluppare la propria sensibilità. Allora fare un film come questo diventa implicitamente un modo per lottare contro il crescente appiattimento sullo strapotere dell’ elettronica di consumo, da internet ai videogiochi”.
”Infine il mio film è anche un grido di dolore contro l’insensibilità dei politici, affinché allo straordinario affollamento odierno di tutti i conservatori e le scuole di musica, sia in Italia che in Francia, non corrisponda più un perdurante disinteresse istituzionale”. Mai uscito in Italia. Il nostro era un pensiero in più, per il suo compleanno.

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