In questi mesi vedremo molti film a tema catastrofico, argomento in voga nel cinema americano di questi anni, incapace di descrivere un’America forte e imbattibile come ai tempi di “Armageddon” e “Indipendence Day”. “The Day After Tomorrow”, 2004, ha battezzato Roland Emmerich come il regista specializzato in catastrofi planetarie (vedi il prossimo “2012”). Siamo a New York: alcune piogge torrenziali allagano Manhattan, voli di linea con Washington vengono annullati per turbolenze climatiche. Il climatologo Jack Hall (Dennis Quaid) presenta una relazione di studi alla Casa Bianca:
una possibile nuova glaciazione legata allo scioglimento delle calotte polari è ormai prossima. I sintomi riscontrati a Manhattan erano infatti premonitori: poco alla volta, l’emisfero settentrionale del pianeta viene messo in ginocchio dall’irrompente glaciazione. Lo Stato americano avvia una procedura di evacuazione di massa verso il Messico, che apre le sue frontiere solo in cambio dell’annullamento del debito latino americano. L’evacuazione porta in salvo solo i cittadini degli Stati centrali, mentre quelli più a nord, rifugiatisi in ripari di fortuna come le biblioteche comunali, andranno incontro alla morte per assideramento.
Film assai scuro, disperato e coraggioso: è il primo blockbuster della storia del cinema che ha annullato il Destino Manifesto degli Stati Uniti d’America e ha posto al centro della narrazione una catastrofe che non si può fermare. Importante vederlo per tutti quelli che si dicono amanti del cinema catastrofico (specie in questo periodo), “The Day After Tomorrow – L’Alba del giorno dopo” ha aperto un ciclo, quello delle catastrofi cinematografiche incontrollabili, e lo ha portato avanti, sempre per mano dello stesso regista.


































