Il 67° Festival del Cinema di Venezia ha finalmente accolto il tanto atteso Norwegian Wood,
pellicola asiatica diretta da Tran Anh Hung e nata come trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Haruki Muratami.
Una storia che ha subito affascinato il regista, per il meccanismo con cui riesce a toccare tutte le corde emotive del lettore.
Il risultato è un film delicato, incentrato su una storia d’amicizia tramortita dalla morte di un caro compagno di nome Kizuki.
Profondamente segnati dalla scomparsa del ragazzo, i due protagonsiti, Watanabe e Naoko, prima uniti da una profonda devozione, si renderanno conto che qualcosa tra loro è irrimediabilmente cambiato.
Così tra amori perduti e sentimenti ritorvati, Norwegian Wood è sicuramente degno della firma che porta, quella stessa firma che nel 1995 vinse il Leone D’Oro con Cyclo.
E se aggiugniamo all’abile narrazione una fotografia praticamente perfetta ed accurata e le ambientazioni profondamente suggestive, ritroviamo proprio quella dimensione in cui Muratami ci ha condotti nel suo libro e recuperata in maniera del tutto meritevole da Tran Anh Hung.



































